LE RIFLESSIONI DI ALAN...
In questa sezione verranno pubblicate le sensazioni scritte direttamente da Alan che conterranno i momenti più significativi per lui durante questa bella ed impegnativa avventura che è la vita da ciclista professionista...


A NONNO RENZO
4 Novembre 2011


Caro Nonno, dopo tanto soffrire alla fine te ne sei andato. Dicevi sempre che ti sarebbe piaciuto arrivare a 100, ti sei dovuto accontentare di 79.
Negli ultimi tempi vederti così è stata dura, quel “bastardo” ti mangiava un po’ alla volta e tu diventavi sempre più stanco e vuoto, noi invece ci sentivamo sempre più impotenti. L’unica cosa che da parte mia potevo fare per tentare di rendere più sopportabile la tua agonia, era quella di parlarti delle mie corse, parlarti di ciclismo, la tua più grande e smisurata passione. Il ciclismo è stato nella tua vita da sempre e l’ha condizionata in modo indelebile. Se ci pensi io e Samuel siamo venuti al mondo grazie alla tua passione per la bici.. sì perché avevi messo in piedi una squadra di cicloamatori, l’Amaro Calvi, della quale eri presidente e direttore sportivo. In questa squadra correva un tizio che col passare del tempo si è innamorato di tua figlia, e alla fine, da cosa nasce cosa..  non oso immaginare cosa hai provato all’inizio, quando hai scoperto che un tuo corridore aveva una storia con tua figlia.. Quel corridore aveva 22 anni e la sua ragazza 16.. ne è passato di tempo eh.. La bici però ti ha dato anche qualche dolore, in tre diverse cadute ti sei rotto naso, femore e quasi la testa (ti era rimasta l’ammaccatura sulla tua testa pelata) ma non sei stato tanto a piangerti addosso, una volta guarito eri prontamente tornato in sella. Che macchina da guerra!
Di ricordi me ne lasci tanti. Se chiudo gli occhi mi viene in mente quando portavi tutti e quattro noi cugini al mare, a Marina Romea, che vista adesso magari non è un granché, ma per noi marmocchi, in tua compagnia, diventava un posto fighissimo perché ci divertivamo un mondo! Mi vengono in mente pure le domeniche a cena da te, dove immancabilmente si andava ad analizzare la corsa che io e Samuel avevamo fatto.. che dibattiti tra te e il Babbo!
Poi la tua bottega magica, dove elaboravi sempre materiali e componenti nuovi per la bici. So che non ci crederà nessuno ma l’idea dei “manettini” per cambiare sulle pendici da crono l’hai avuta per primo tu. Ti eri messo a fare pure le ruote lenticolari. Ma la tua fissa più assoluta era la leggerezza…la bici deve pesare il minimo assoluto. Prima hai sperimentato tutto sulla tua, poi ti sei dedicato alla mia. Quando ho iniziato a fare le cronometro cercavi costantemente di migliorarne l’assetto, comprando (o modificando) qualche componente ultraleggero da montarci su. Ti eri messo a limare pure le pedivelle! Anche l’assetto aerodinamico era una delle tue priorità. I miei compagni ti avevano ribattezzato “Nonno Tuning” quando ci avevi guidato (al terzo posto) nella crono-squadre del “Giro del Friuli”. Le crono con te dietro che urlavi con l’altoparlante dove se ne sentivano di tutti i colori erano roba forte! Poi ti ricordi quella volta che ho vinto il campionato regionale a Villaverucchio? In salita ero solo in testa alla corsa e tu per darmi l’acqua in faccia ti sei spaccato un dente per aprire la borraccia. Che numeri! Mi vengono in mente anche tutti gli allenamenti dietro macchina che mi hai fatto fare. Avevi montato dietro la tua Punto un rullo gigante e mi tiravi il collo. Ti gasavi da morire quando andavo forte ma il bello è che pure le volte dove non andavo neanche a spingere mi dicevi “vai forte! una gamba così non l’hai mai avuta!”
A volte ti mettevi a cuore corridori che non erano considerati granché e li allenavi dicendogli “adesso gli facciamo vedere chi sei!”. Ti piaceva stare dalla parte dei più deboli ma anche andare controcorrente, odiavi quelli che davano le cose per scontate e per principio tu dicevi o facevi l’opposto pur rischiando di avere torto.
Sei stato un falegname per 40 anni e con la tua manualità sapevi fare veramente di tutto. Cavolo quanto piacerebbe anche a me avere tutto quel talento!
Hai vissuto una vita piena, senza compromessi e sempre a testa alta. Solo tu sai quanti sacrifici hai fatto nella tua vita, però alla fine, che soddisfazione avere 3 figlie, 4 nipoti e una nipotina! Dico così perché tu me lo ripetevi spesso.. Un’altra cosa che ti ho sentito dire più di una volta era che mi hai visto vincere in tutte le categorie e che ti mancava solo quella nei prof. Purtroppo non ci sono riuscito ma se da dove sei adesso ti trovi un posto comodo per guardarti tutte le mie gare, giuro che farò di tutto per vincerne una. E se ci riesco te la dedico pure!
Oltre a un nonno per me sei stato un amico, un compagno di giochi, un confidente, un allenatore, un mental-coach, un tifoso. Sei sempre riuscito a farmi divertire, l’hai fatto pure dopo essertene andato, si perché quando ti ho visto nella bara con la tuta e le scarpe da ginnastica un sorriso mi è scappato. Alla fine siamo stati al tuo volere, niente messa, niente funerale, niente visite da persone che non erano familiari ma soprattutto niente vestito elegante. Non hai voluto neanche che si facessero i comunicati della tua morte. Forse non ti farà piacere che questa mia lettera per te finirà su internet, ma alla fine è stato più forte di me, si perché ho sentito dentro il bisogno di sfogarmi e di far sapere a tutto il mondo chi era mio Nonno, il Nonno della grinta, della passione, dell’allegria, il nonno che tutti i ciclisti e non solo avrebbero voluto avere. Nonno Renzo
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EMOZIONI DA TDU (Tour Down Under)
23 Gennaio 2011


E arriva così anche l'ultima tappa del TDU, circuito di 4,5 km nel cuore di Adelaide da ripetere 20 volte.
Come al solito, è presente la solita folla allegra e festante. Mentre giriamo per provare il percorso, qualcuno del pubblico ci chiama per firmare cappellini o magliette: in una settimana ne avrò firmati così tanti da non credere. Qua la gente ti fa sentire davvero importante, lo vedi, lo percepisci. Per loro il TDU è un evento eccezionale. Non importa se sei un corridore sconosciuto o se in una settimana non ti sei mai piazzato nei primi e non hai neppure fatto un'azione degna di nota. Per loro sei comunque uno dei protagonisti dello show, questo basta e avanza. Rendere felici le persone, soprattutto i bimbi, con un semplice autografo è una cosa che riempie davvero l'anima. Ti fa partire più motivato e grintoso.
Manca una mezz'oretta alla partenza, io e il mio compagno Ponzi siamo fermi in una zona d'ombra a parlare. Alla nostra sinistra c'è Armstrong intento a concedersi per le foto con le varie autorità più o meno importanti al seguito della corsa. Attorno avrà almeno 5-6 fotografi. Io lo guardo, avrei voglia di andare a chiedere una foto con lui. Cavolo, è l'ultima corsa internazionale che farà, non lo vedremo mai più correre fuori dagli USA. Quando mi ricapiterà un occasione del genere? Mai più. Sono tentato, ma mi vergogno, temo possa essere una cosa da sfigato e mi trattengo finché a un certo punto Ponzi si gira verso di me e mi fa: “Oh Alan, andiamo a farci fare una foto con Lance?”. E io senza pensarci un microsecondo: “Dai dai, andiamo!!!”.
Così ci mettiamo in fila, quando arriva il nostro turno io quasi balbettando chiedo a Lance se possiamo fare una foto con lui e il gioco è fatto. Lui accetta volentieri e tac...foto! Io e Ponzi siamo troppo gasati!!!
Ormai è ora di partire, sappiamo benissimo che ci sarà da soffrire anche oggi perché il percorso è nervoso e la lotta per vincere la classifica finale è ancora aperta perché il secondo in classifica, Goss, ha solo 8” di svantaggio dal leader Meyer, quindi per vincere il TDU è costretto a disputare tutti gli sprint dei traguardi intermedi per guadagnare secondi di abbuono. La sua squadra, la HTC, di sicuro tirerà alla morte per tenere il gruppo cucito e ci sarà un'andatura folle per tutta la gara. La guerra tra australiani è giunta all'epilogo, e come in tutte le guerre che si rispettino, ci sono i poveri civili innocenti che devono soccombere. In questo caso, tra i “poveri civili” ci sono anch'io, e cioè uno di quelli che non ha più nessuna ambizione particolare, ma che dovrà faticare come una bestia fino all'ultimo metro per finire la corsa.
Si parte! Ovviamente a tutta, come da copione. Le gambe iniziano subito a far male, d'altronde è una settimana che non ho buone sensazioni, figuriamoci oggi! Io poi quando non sono al massimo della condizione, le partenze “a blocco” le soffro tremendamente.
Il gruppo è quasi sempre in fila indiana, io sono nelle retrovie e non riesco a rimontare mai.
E pensare che il Direttore si era raccomandato di stare sempre nelle prime posizioni....Anche i miei compagni non se la passano bene, anche loro come me, stanno subendo pesantemente la corsa e nessuno riesce a stare almeno nella prima parte del gruppo. Alzo la testa e vedo un cartello con su scritto “THANKS LANCE”. Penso a come si sentirà lui in questo momento, come starà vivendo gli ultimi attimi della sua leggendaria, travagliata e discussa carriera, mi chiedo anche se sarà davvero la sua ultima apparizione fuori dagli States. A un certo punto me lo trovo a fianco e avrei voglia di chiederglielo, mi piacerebbe sapere quello che sta provando, se si sente felice oppure malinconico. Sono sul punto di attaccar bottone ma le parole mi si soffocano dentro e dopo pochi metro lo perdo di vista in mezzo al gruppo. Alla fine è stato meglio così, visto la fatica che sto facendo, non so quale tipo di conversazione avrei potuto sostenere, soprattutto in inglese! Torno a concentrarmi sulla corsa...
Manca un giro al traguardo volante e quindi al famoso “abbuono”, la HTC accelera in testa al gruppo per favorire lo sprint del capitano Goss. La “frustata” è così violenta da allungare il gruppo fino a quasi spaccarlo in mille pezzi, io fatico a tenere la ruota di quello che ho davanti e per un attimo perdo qualche metro. Dentro me penso: “cazzo se mi staccano da ruota e mi ritiro oggi faccio proprio una gran figura di m.....!”. Dopo la volata il gruppo rallenta, buona parte dei pensieri negativi mi abbandonano. Non so se Goss sia riuscito a guadagnare secondi con gli abbuoni e sinceramente non mi interessa un granché, voglio solo che la corsa finisca il più presto possibile.
Il contagiri segna dieci alla fine, siamo solo a metà gara...un'eternità!
Finalmente però inizio ad avere buone sensazioni, le gambe cominciano a girare meglio e riesco a rilanciare meglio la bici dopo le curve. Mi sto sbloccando, era da una settimana che aspettavo di avere queste sensazioni, della serie “meglio tardi che mai!”. Soffrendo meno di conseguenza riesco ad apprezzare e godermi meglio la cornice di pubblico presente sul percorso. È incredibile non riuscire a vedere più di 2 metri consecutivi senza gente e come le urla siano un sottofondo costante.
Per un attimo mi rendo conto che noi ciclisti facciamo una gran fatica è vero, ma siamo anche fortunati, perché sono poche le persone che possono vivere esperienze simili. Nel pensare questo mi viene la pelle d'oca e sento l'adrenalina salirmi dentro fino a trasmettermi una specie di scarica elettrica. Mi sento più forte, decido che è l'ora di darmi veramente da fare per aiutare il mio compagno, il velocista Viviani. Lui per adesso è stato l'unico assieme a Ponzi, a dare un senso alla nostra spedizione con qualche risultato. Lo vedo poco più avanti della seconda metà del gruppo, lo affianco e gli dico: “Dai Elia, ti porto avanti, seguimi!”. Ora riesco a rimontare posizioni senza problemi, sono decisamente un altro rispetto a prima (e rispetto a tutto il TDU). Si inizia a lottare senza tregua per le posizioni, è incredibile come nessuno voglia concederti anche solo un centimetro di asfalto. Tutti vogliono stare davanti, contatti e “limate” si sprecano. Ora che sto bene però, neanch'io voglio cedere niente a nessuno, voglio stare dove conta per aiutare Elia finché ne ho.
La corsa sta diventando sempre di più un combattimento e la parola “fuck” inizia a sentirsi sempre più spesso. Nel tratto di leggera salita del percorso, mi cadono davanti 3-4 corridori, io riesco a schivarli per un pelo e non so come, ma mi trovo gli occhiali di uno tra il freno e la ruota davanti, sono un paio di Oakley verdi, mi tocca sradicarli via con la mano per riuscire a proseguire. Questa operazione mi fa rallentare molto e di conseguenza perdere molte posizioni. Ma non demordo. Risalgo ancora, mi rimetto Elia alla ruota e continuo a fare il mio lavoro. Le curve si prendono sempre più forte, nessuno vuole toccare i freni, si viaggia sempre al limite, appaiatissimi. In certi attimi sembra non esserci neppure lo spazio per pedalare da quanto si è fitti.
Suona la campana e siamo ancora avanti, il boato del pubblico si fa sempre più assordante, il Direttore per radio dice di non mollare e mantenere le posizioni. Dove la strada sale però, a 2,5 km dall'arrivo, il Team SKY con una progressione secca, prende la testa della corsa di prepotenza, io provo a dare tutto per non perdere metri, ma le gambe cedono e mi faccio così inghiottire dalla pancia del gruppo. Fine dei giochi. Per fortuna Elia è rimasto davanti, spero fortemente che il mio lavoro non sia stato vano e che riesca almeno a piazzarsi. Lo speaker urla il nome del vincitore, non è Elia, pazienza. Taglio il traguardo esausto, i 90 km km previsti sono volati a oltre 47 km/h di media. La corsa è finita, così come il TDU. Mentre sorseggio un po' di acqua fresca mi guardo attorno per godermi l'ultima panoramica del pubblico e provo un po' di malinconia a pensare che sia tutto finito. Mi ero davvero affezionato a questi australiani, al loro calore e al loro affetto. Resto ancora li fermo per qualche attimo. Voglio farmi venire ancora un po' di pelle d'oca prima di rientrare in albergo, voglio godermi lo spettacolo ed emozionarmi ancora un po'. Questi sono i momenti nei quali dimentico tutti gli aspetti brutti di questo sport, come ad esempio le volte che bisogna allenarsi col freddo e la nebbia, le volte che senti la gente dire che i ciclisti sono tutti dopati, oppure le volte che gli automobilisti ti suonano insultandoti perché per loro sei di intralcio. Penso anche che valga la pena fare tanti sacrifici per poter vivere una giornata così.
Ora mi sento soddisfatto, posso andare in Hotel. Questa esperienza mi resterà nel cuore, mi sento anche più motivato per affrontare le prossime gare. Ho voglia di fare bene, ho voglia di rivivere queste emozioni.


PENSIERI POST-GIRO
3 Giugno 2010


In questi giorni post-Giro c'è una sensazione strana nell'aria, mi sembra impossibile essere seduto sul divano di casa, rilassato, dopo 3 settimane di puro sconvolgimento psico-fisico... appena chiudo gli occhi ripercorro tutta l'avventura del Giro, tante immagini e scene mi scorrono davanti in ordine confuso, sono tutti flashback, emozioni e attimi vissuti che mi resteranno scolpiti nella mente e nell'anima.

La tensione sulla pedana della crono di Amsterdam, il pubblico straripante olandese, le cadute della terza tappa: la strada sembrava diventata un vero e proprio campo di battaglia con grovigli selvaggi e corridori stesi da ogni parte, la gente e i bambini che mi chiedono autografi e foto e ti fanno sentire un vero big quando in realtà non sei nessuno e che prima delle tappe mi caricava un casino.
Le volte che aprivo il “Garibaldi” per guardare le tappe che mancavano e quando arrivavo alle pagine delle tappe dure mi si stringeva il petto dalla tensione, il fango in bocca e sugli occhi - che bruciavano da morire - a Montalcino, il freddo, la pioggia e la grandine della tappa dell'Aquila…le strade trasformate in vere e proprie piscine a Cava de Tirreni….
La bambina che alla partenza da Lucera dopo avergli fatto l'autografo mi dice urlando: “Grazie! Adesso sei tu il mio preferito!”, il bimbo che a Ferrara mi supplicava per avere una borraccia e dice: “Dài, tanto ne hai due!...” e che alla fine mi ha convinto... peccato però che ci fossero 35°C...
La gente che negli ultimi 2 km del Terminillo gridava ogni due secondi: “Borraccia, borraccia, borraccia” oppure “Dài dài tira una borraccia, per ricordo”… capisco il collezionismo, ma un po’ di rispetto per chi fatica!
Le imprecazioni che sentivi, in gruppo, in tutte le lingue, il caffè, leggendo la Gazzetta negli stand, chiacchierando con le ragazze immagine prima della tappa e - dopo pochi minuti - le partenze a 60 all'ora col cuore in gola... in pratica: come passare in un attimo dal paradiso all'inferno.
Il mio “lavoro” da motivatore in corsa sull'ultima salita, a 10 km dall'arrivo della tappa di Carrara, quando urlavo a Modolo e Belletti: “Non mollate, grinta che si rientra!” col braccio teso e il pubblico che rideva... risultato? Manuel 4° e Sacha 7°.
Il tipo che sullo Zoncolan mi spinge e mi dice: “Cavolo Alan, quel giorno al Campionato Italiano di Dalmine mi hai fatto morire!”... O quello con la maglia dell'Inter, che mentre mi spingeva gli ho detto: ”Comunque io sono milanista..” ed ha smesso subito.
La pelle d'oca che mi è venuta quando all'ultimo km dello Zoncolan ho visto una muraglia umana fare ancora il tifo… per noi, che avevamo 25' di ritardo… le discese folli o le lotte sul filo dei 55 orari nei finali delle tappe per velocisti, il cartello “Alan grinta” di una tifosa, le scritte della fidanzata sull’asfalto prima dello Zoncolan. E l'emozione di vedere il mio Fans club sul Barbotto a Cesenatico...
E le ultime 3 rampe della cronoscalata di Plan de Corones… quello che ho sofferto in quei tratti lo ricorderò tutta la vita... dopo l'arrivo mi ci sono voluti cinque minuti per riprendere conoscenza…
Le risate a tavola e nei viaggi in vas con i compagni, anche dopo aver preso delle gran mazzate... siamo stati un gruppo davvero eccezionale! Bisolti che tutti i giorni in corsa mi affiancava per dirmi: “Ci sono giorni che ti senti martello e giorni che ti senti incudine... bè, io oggi mi sento incudine!”, ed io che gli rispondevo: “Tranquillo Biso... almeno un giorno da martello lo faremo tutti e due” e così è stato…
La gioia infinita che ho provato per la vittoria di Manuel a Cesenatico, quando tutto sembrava perso... quel giorno ho capito una volta per tutte che se ci credi per davvero, i sogni si possono avverare. L'illusione di poter vincere a Brescia... è incredibile come nel finale, il fatto di sentire i direttori che urlavano alla radio e la gente che urlava lungo la strada, mi abbia dato una carica di adrenalina tale da anestetizzare il mal di gambe che avevo.
La paura - nelle tappe più dure - che il fisico potesse cedere da un momento all'altro, quando sentivo le ginocchia scricchiolare, le fitte ai muscoli e allo stomaco dentro di me pensavo: “Ecco, ci siamo, sta arrivando la mia ora...”.
Le mie lacrime di gioia dopo aver tagliato il traguardo dell'ultimo tappone.
La delusione di Pozzovivo, dopo il ritiro forzato nella tappa di Cesenatico, che ha fatto da contraltare alla vittoria di Manuel. Della serie: se in attimo un sogno si può avverare, in un attimo può anche svanire… maledetta sfiga...
I mille scatti per riuscire a entrare in fuga senza mai beccarla… con tanto di frustrazione...

Questi ed altri sono i momenti e le immagini che mi passano davanti. Per scriverli tutti ci vorrebbe un libro, ma c'è un’ultima cosa che mi è rimasta davvero impressa: quanto sia davvero incredibile come, dopo la miriade di mazzate che il ciclismo ha preso in questi anni, ci sia ancora così tanta gente sulle strade del Giro d’Italia. Le fiumane di pubblico alle partenza, agli arrivi, lungo le strade, ma soprattutto in salita, devono farci riflettere e farci avvertire una certa responsabilità. La gente crede ancora in noi, perché l'amore per il ciclismo è troppo grande.
Come poter pensare, altrimenti, di aver piacere nel fare così tanta fatica per un applauso, per una scritta, per una spinta, per un tentativo di fuga svanito a 1800 metri dall’arrivo?
Come spiegare diversamente dall’amore il non piegarsi davanti alla febbre, alla neve, al vento, alla grandine, al fango, al freddo, al mal di stomaco, al mal di gambe e a tutte quelle cose che possono capitare in 21 tappe e in 25 giorni?
Come poter spiegare davvero, a chi non l’ha mai corso e non l’ha mai vissuto, cosa significa un Giro d’Italia?
Richiudo gli occhi. Riparto. Ancora per poco, però. È già passata una settimana dalla cronometro di  Verona e tra poco bisogna riprendere la preparazione per la seconda parte della stagione.
Anche senza chiudere gli occhi, però, il pensiero continua a tingersi di rosa.

GIRO D'ITALIA 2010
27 Maggio 2010 - 18° TAPPA: LEVICO TERME - BRESCIA


Oggi è l’ultima occasione che ho per mettermi davvero in mostra, voglio trovare la fuga giusta e dare un senso al mio Giro. Fino adesso mi sono visto qualche volta mentre aiutavo Pozzovivo a salvarsi nei giorni in cui era in difficoltà per via della caduta nel prologo iniziale. Altre volte ci ho provato ma mi è sempre andata male. Oggi però non posso sbagliare. Non posso tornare a casa senza aver lasciato almeno un piccolo segno, non voglio che la gente mi dica “al Giro non ti sei mica mai fatto vedere…” La tappa è corta, nel gruppo gira voce che si vuole partire piano, oggi bisogna recuperare in vista delle ultime massacranti giornate. Qualche “senatore” gira per il gruppo a raccomandarsi che nessuno faccia il classico “pronti-via”. Io parto davanti, non ho intenzione di fare il primo scatto, voglio solo stare nelle prime posizioni e seguire il primo che decide di partire secco. Per radio il direttore mi dice di scattare, io faccio finta di non sentire, l’istinto mi dice che se faccio il primo scatto anche oggi rimango fregato quindi decido di aspettare. Passano poco meno di 20 km senza che succeda niente. Il gruppo continua a marciare a passo turistico e insulta chi prende la testa per alzare il ritmo. Io sono teso come una corda di violino e resto in prima fila. A un certo punto la situazione si sblocca, scatta un corridore della Lotto e io mi butto subito alla sua ruota. Qualcuno prova ad agganciarsi senza riuscirci finché all’improvviso il gruppo si rialza. Per radio sento i compagni che mi dicono: “è buona, è buona, via a tutta!”  nel giro di pochi km arriviamo a guadagnare 3’ e 30”. Il mio compagno di fuga è un belga, uno spilungone di quasi 2 metri, a ruota ci sto bene. Meglio di così non poteva andare. Intanto ha iniziato a piovere forte, il vento è in faccia e arrivano raffiche violente. Peggio di così non poteva andare. Lo scopo adesso è quello di stare in fuga il più possibile e fare “televisione”. Dobbiamo però stare attenti a non spingere troppo perché tanto dietro ci tengono a “bagnomaria”, più di 3’ e mezzo non ce li lasceranno mai, oggi deve essere volata a tutti i costi e il gruppo da inizio Giro ha fatto arrivare troppe fughe e le squadre dei velocisti hanno il dente avvelenato. Anche il direttore dice che ci vengono a prendere quando vogliono però sinceramente questo dare tutto per scontato mi irrita un po’. Se pensano che “torneremo indietro da soli” si sbagliano di grosso. I km passano, ci dividiamo in maniera equa il nostro compito, comunichiamo poco, qualche volta a cenni o con poche parole in inglese, nessuno dei due però cerca di fare il furbo e questo per la fuga è solo un bene. Intanto ha smesso di piovere e anche il vento è calato. La tattica adesso è quella di spingere tenendo qualche energia da parte fino ai meno 30 e poi in progressione sparare tutto fino alla fine. In progressione perché se si aumenta all’improvviso il gruppo si accorge che lo vuoi fregare e di conseguenza aumenterà violentemente per ricucire subito.
Inizio a sentire le gambe parecchio stanche, mi chiedo come farò dopo tutta la fatica di oggi a salvarmi nei prossimi due tapponi. La preoccupazione però si dissolve in breve tempo, ho altro a cui pensare adesso. Finalmente arriviamo ai meno 30, il nostro vantaggio è ancora ampiamente oltre i 2 minuti, è ora di aumentare. La strada in leggerissima discesa e il vento che adesso è favorevole ci danno coraggio. Spingiamo sempre più forte. Ai meno 15 il gruppo ha guadagnato poco, adesso tutti e due i miei direttori iniziano a crederci seriamente e urlano forte alla radio per incitarmi. A questo punto anch’io ci credo per davvero e voglio giocarmela fino in fondo, dopo quello che ha fatto Manuel (Belletti) a Cesenatico ho la consapevolezza che forse niente è davvero impossibile. Adesso c’è un problema però, il belga sta iniziando a cedere, quando si porta in testa a tirare l’andatura cala parecchio, io sto ancora bene e quando passo davanti aumento, facendolo così imprecare nella sua lingua ogni volta. Io però me ne sbatto perché è ora di dare tutto, o adesso o mai più. Non voglio aver rimpianti. Per un attimo penso a quanta gente che mi conosce starà seguendo la tappa con trepidazione davanti alla tv. Questo flash mi da la grinta per spingere ancora più forte. Arriviamo ai meno 5 e in un leggero tratto di salita il belga cede di schianto. Io procedo da solo a testa bassa, decido di non voltarmi più indietro fino alla fine, voglio vincere, voglio fregarli tutti e fargli vedere che hanno fatto male a sottovalutarci. Ce la posso fare. Passo il cartello dei meno due, la gente a bordo strada urla forte,  il cuore è a mille, ma a un certo punto vedo un corridore del Team Columbia affiancarmi e superarmi con tutto il gruppo a ruota in lunga fila indiana. Il sogno è svanito, alla fine mi hanno fregato loro, tutto secondo i piani. Però è stato bello e sono contento lo stesso. Ho venduto cara la pelle e penso che dietro abbiano dovuto spingere più del previsto. Sono riuscito ad illudermi di poter vincere, domenica sera, quando i riflettori si saranno spenti, non lo potranno dire tutti. Adesso mi aspettano i due tapponi più duri, dopo quello che ho speso oggi ci sarà da soffrire, se riuscirò a salvarmi potrò ritenermi pienamente soddisfatto del mio Giro.
Spero tanto di avere altre occasioni in futuro perché da oggi, sento di avere un conto in sospeso.